Non so se vi è mai capitato di avere una conversazione con un lupo solitario. Definiamo lupo solitario quella persona che per fortuna o sfortuna, scelta propria o di altri, per diletto più che per costrizione si trovi a vivere da sola e che, come se ciò non bastasse, ricerca la solitudine come e più dell'ossigeno che respira: si nutre di solitudine. Non me ne vogliano gli appartenenti alla categoria se nel descrivere connotati e atteggiamenti del lupo solitario, questo appaia come una bizzarria del genere umano: non è intento di questo blog essere politically correct ma solo di "esser nel giusto" e non è colpa mia se qualche filosofo con qualche secolo più di me diceva che l'uomo è un'animale sociale per natura (tiè!! ogni tanto bisogna spararle grosse, se no si perde di credibilità).
Ma non si pensi al lupo solitario come ad un rifiuto della società, ad un Quasimodo o un Leopardi che (è stat' sfurtunat') si costringe all'isolamento nella convinzione di essere stato in qualche modo punito dalla natura e condannato, suo malgrado, a questo status. E' pur vero che, a volte, questa condizione sia determinata dall'aver realizzato che tanto siamo tutti destinati alla solitudine prima o poi: tanto vale abituarsi da subito (...mamma che tristezza infinita!!).
Altre volte invece il lupo solitario diventa espressione di una visione ottimistica. Egli si è autoconvinto che la solitudine sia il Nirvana del benessere, e da questo paradiso di serenità in cui vive, come uno di quei santoni tibetani, elargisce lezioni di vita a noi poveracci che brancolano nel buio della stoltezza. Non li trovate adorabili? Si mettono lì e ti decantano la loro vita. E 'tac' compaiono i superpoteri. Novelli Gesù espertissimi in moltiplicazioni, trasformano i minuti in ore e le ore in giorni: riescono ad andare al parco a leggere libri sotto l'ombra di un albero senza nessun BianConiglio a disturbare la loro lettura. I sali da bagno: quello che per le umane genti sono sempre stati decorative quanto inutili suppellettili da bagno, per loro diventano il condimento principale di lunghe sessioni in ammollo, non prima, ovviamente, di aver acceso una quantità di candele da far inverdire la Madonna di Lourdes per le sue misere votive. E cosa fanno nel frattempo? Ascoltano la radio? La Pina su deejey? Noooooo. L'intera produzione musicale di Schubert; il tutto accompagnato da una leggera lettura della Treccani: giusto per tenersi al passo coi tempi. La palestra? Per carità! Solo in pausa pranzo o in chiusura: i contatti umani nelle ore precedenti potrebbero provocare crisi allergiche. Lo shopping? Mai durante i saldi e sono tassativamente proibiti i week end. E mi raccomando, anche qui in assoluta solitudine: lo shopping necessita di concentrazione; non vorrai mica lasciarti distrarre da qualcuno che per disgrazia trovi qualcosa che gli piace e ti faccia perdere del tempo che avevi riservato per te?! (si noti come il potere della dilatazione temporale vale solo se non sono presenti altre persone. Gli scienziati sono a ancora allo studio...). E poi vuoi mettere vedere un film in casa sul divano senza nessuno che ti disturbi? Andarti a comprare una costosissima bottiglia di vino e goderti ogni sorso in lunghe sessioni di ascolto musicale? La risposta? MA ANCHE NO! A parte il fatto che se bevo una bottiglia di vino da solo, devo prendermi uno di quei SalvaLaVita Beghelli da tenere sul petto come le anziane per chiamare i soccorsi al momento del coma etilico. Stare soli serve a ritrovare se stessi? Io ho bisogno della cartina per trovare il bagno di casa mia: figurati se sono in grado di trovare me stesso. Scusate ma a me questa cosa della solitudine proprio non mi convince. Sarà che sono un animale sociale, sarà che mi piace ridere e per ridere bisogna essere almeno in due (Attenzione! Se ridi da solo probabilmente soffri di sdoppiamento di personalità: si consiglia visita dallo psicologo), sarà che condividere le esperienze credo sia molto più soddisfaciente anche per creare una sorta di memoria condivisa dove andare a ripescare i ricordi per colmare le lacune della nostra di memoria.
Nessuno puo capirti come te stesso? Ma non sarà che a volte ci convinciamo talmente tanto di esser nel giusto che abbiamo bisogno di qualche caro amico per farci notare che... ma anche no?!
Di recente, specialmente dopo aver lasciato il mio ragazzo, penso spesso a queste cose. Hai ragione, ma per qualche motivo, magari per lo scopo di diventare più indipendente o comodo con me stesso, mi metto all'intenzione di fare almeno un paio di queste attività. Una di queste cose che ho scoperto di farmi tanto piacere e' il andare al cinema da solo. Ma ha senso questo. La solitudine estrema e totale di cui parli tu non sembra d'aver senso, neppure a me...e l'idea che nessuno e' capace di capire un'altro come se stesso...magari non e' una cazzata. Alle volte mantengo l'idea che "l'ego" non esiste, o esiste solo relativamente. C'e' un'effetto sui colori in cui la percezione della sfumatura, o della tinta, cambia con ogni movimento: il colore vero non esiste proprio perché e' dipendente dalla posizione e dalla distanza di colui che guarda. La sfumatura dell'identità potrebbe essere cosi! In quel caso, la solitudine sarebbe una noia orrenda in cui si vede un colore fisso per la vita. Hmm?
RispondiEliminaAcuta osservazione! Grazie
RispondiEliminaUna volta, leggendo un libretto nel quale non nutrivo alcuna speranza di ritrovare la seppur minima informazione utile per me, sono incappato in una teoria che mi ha illuminato. L'autore, un tale Gehlen, tedesco d'adozione con una gran passione per l'antropologia e la verve di un filosofo, si infervorava in una lunga filippica sulla necessità di capire l'unica grande Verità intorno all'essere umano: la carenza.
RispondiEliminaOra, mi dirai, cosa c'entra la carenza con la solitudine? E soprattutto, se di carenza si tratta, allora perché non si può fare qualcosa per colmarla? Nulla di più fondato, ma seguimi un momento.
L'uomo per quel Gehlen è carente per natura, e per natura è portato a cercare di ovviare a quella carenza tramite dei prolungamenti di sé, che gli siano utili al conseguimento dei suoi obiettivi. Forse ora è più facile da capire il nesso. Ma c'è di più: se applichi il concetto di carenza all'essere umano inteso nella sua socialità, ti renderai conto di come l'essere sociale non sia altro che una proiezione di sé in qualcosa di più ampio. Seghe mentali, dirai tu. No, non lo sono.
L'uomo ha bisogno di essere solo solamente nel caso in cui ci siano altri uomini a sapere della sua solitudine, a nutrire quell'isolamento, a fornire quella Treccani e quella musica classica di cui hai parlato. Senza quelli, l'uomo solo non è solo solo, semplicemente non esiste. Nessuno è davvero solo e nessuno vuole sul serio restarlo.
A cosa serve trovare se stessi, se se stessi non si relaziona con nulla? Se non ci si è trovati, allora i casi sono due: o ci si mette a confronto con se stessi (ma non ci si è trovati!!!!) o ci si mette a confronto con gli altri, anche per via indiretta.
Stare soli, serve a riordinarsi rispetto al puro e mero accidente, la casualità del mondo esterno.
Ogni cosa, dai vestiti alle mura di casa, viene da un lavoro sociale. Quindi chi vuole solitudine, indirettamente non l'avrà mai, e non fa altro che sentirsi "alternativo" agli altri, ma attenzione: ho detto "alternativo", non "diverso".